"...L’obiettivo è stato quello di creare un lavoro artistico estremo, che non tenesse conto delle convenzioni (sia della poesia che della canzone) e che affrontasse alcuni importanti temi filosofico-esistenziali, senza paura di non piacere a un pubblico. Puri e liberi. Senza compromessi. Con la convinzione però che, trattandosi di temi che riguardano la nostra esistenza e quindi tutti noi, avrebbero bene o male incontrato il favore di molti, se non di tutti..." da Vi diremo le parole che non volete sentire

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande avventura della canzonepoesia – Sandro Saccocci e Piero Olmeda cambiano la canzone italiana

Le canzonipoesia di Saccocci-Olmeda possono essere acquistate su iTunes, Amazon, Google e tutti i più importanti negozi di musica online.


Si parla spesso di canzone e poesia. Spesso si dice “questa è una canzone poetica” oppure “il testo è come una poesia”, ma se andiamo a leggere effettivamente il testo della canzone (senza ascoltare la musica) ci accorgiamo che, nella maggior parte dei casi, non potrebbe mai reggere ad una lettura e soprattutto a un reading di fronte a un pubblico.

Dobbiamo ricordare che storicamente la poesia nasce come recitazione. Il testo deve prima avere la fluidità e/o il ritmo necessario affinché, nel momento dell'ascolto, il suo impatto emotivo e la stratificazione dei significati aumentino invece di diminuire. Una volta soddisfatta questa condizione avremo un testo definitivo come poesia ma ancora grezzo per la sua utilizzazione come base di una canzone. Non possiamo semplicemente mettere in musica una poesia. Dobbiamo tener conto del ritmo, dei tempi e delle esigenze che la scrittura di una composizione musicale esige. Per fare questo abbiamo bisogno di un poeta reale e di un compositore reale. Nella loro interazione la musica cambierà in funzione del testo e il testo cambierà in funzione della musica. Questo lavoro di scambio è la base per ottenere un risultato interessante che vada al di là della semplice somma delle parti e che riesca a moltiplicare la forza della composizione.

È quello che abbiamo cercato di fare con La canzone che vive tre volte, Oggi il futuro ti racconto e le altre che seguiranno. Mentre le grandi case discografiche stanno puntando sempre di più su un prodotto, noi stiamo offrendo un'esperienza, un lavoro creativo, letterario e musicale. Mentre il recitato delle canzoni in vendita in questo momento è soprattutto rap, noi abbiamo osato inserire in alcune di queste canzoni la poesia recitata. L'obiettivo è stato quello di presentare un lavoro dal fortissimo impatto emotivo, che potesse rendere fresche parole ormai abusate e che usasse anche parole che, almeno nella canzone italiana, sono quasi proibite.  Prendiamo ad esempio i primi versi di Oggi il futuro ti racconto:

    Oggi è un altro giorno, figlio mio
    mia fragile carne che tremavi alla morte
    ora è la morte che trema, guardandoti
    e piange… e piange


Sì, qui c'è quella parola che è praticamente bandita nella maggior parte della canzoni attualmente in commercio. Nonostante questo, la canzone è un inno alla vita, una delle canzoni più ottimistiche e felici mai pubblicate.

Con questa operazione pensiamo di essere andati oltre l'orizzonte dei cantautori storici italiani verso un  terreno inesplorato dove la scrittura del testo poetico interagisce direttamente con la composizione della musica. In un panorama di completa mercificazione della musica, abbiamo proposto un'esperienza creativa che ha come obbiettivo un libero prodotto artistico, senza alcuna forma di costrizione. I primi riscontri di mercato sono incoraggianti: la canzone è entrata per un giorno nella TOP100 di Amazon dell'insieme di tutti i brani musicali.

Come lasciano presagire le parole finali de La canzone che vive tre volte, il lavoro proseguirà:

    La prima canzone vola nel cielo
    La seconda affonda nella terra profonda
    La terza è un grido, una supplica al vento
    ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima
    ed è l'ultima, forse
    non più l'ultima?


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Le canzoni della raccolta Canzonepoesia sono il risultato della collaborazione tra il poeta Piero Olmeda e l'artista/compositore Sandro Saccocci.

Possono essere acquistate su iTunes, Amazon, Google e tutti i più importanti negozi di musica online.

Sandro Saccocci ha al suo attivo molte mostre di arte contemporanea sia personali che in veste di organizzatore, è autore di canzoni e musica per piano ed è stato membro di vari gruppi musicali.
Piero Olmeda è stato un esponente della Computer Poetry negli anni '80 ed ha scritto libri di poesia, racconti, romanzi e prodotto numerosi spettacoli multimediali
http://www.facebook.com/pieroolmeda

I libri di Piero Olmeda sono in vendita su Amazon e altre librerie online.

© 2015 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione dell'intero articolo senza autorizzazione


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martedì 22 dicembre 2015

"La canzone che vive tre volte" di P. Olmeda e S. Saccocci in vendita dal 1 Gennaio 2016



La canzone è il risultato della collaborazione tra il poeta Piero Olmeda (testo) e l'artista/compositore Sandro Saccocci (musica). Una ventata di poesia, novità ed impegno nella canzone italiana.

Anteprima della prima parte su Youtube
In vendita su iTunes Amazon e Google Music 

Per un elenco dei libri pubblicati da Piero Olmeda consultare la seguente pagina di questo blog:


La canzone sarà in vendita dal 1 Gennaio su:
iTunes, YouTube Music Key, Spotify, Amazon Music, Google Play, Rdio, Deezer, Groove, Rhapsody, eMusic, Simfy Africa, iHeartRadio, MixRadio, MediaNet, VerveLife, Tidal, Gracenote, Shazam, 7Digital, Juke, JB Hi-Fi, Slacker, Guvera, KKBox, Akazoo, Anghami, Spinlet, Neurotic Media, Yandex, Target Music, ClaroMusica, Zvooq, Saavn, NMusic, 8tracks, Q.Sic

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La canzone che vive tre volte


La prima sigaretta è la più dolce
la seconda è amara come un amore
la terza ti brucia le dita e la vita
ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima
È allora che senti il mondo che gira
la danza lenta dell'aria che brucia
il suono del cuore che batte, ribatte
ti scuote di colpi di gioia, ti stringe

Il primo amore è anche l'unico
Il secondo è il ricordo del primo
Il terzo è solo una dolce amicizia
ed è l'ultimo, l'ultima, l'ultima
È allora che senti il mondo che gira
la danza lenta dell'aria che brucia
il suono del cuore che batte, ribatte
ti scuote di colpi di gioia, ti stringe
sempre più veloce, più forte, più grande
finché il battito è uno solo e continuo

La prima morte è la più gelida
La seconda è tiepida e dolce
La terza è il fuoco che volevi
ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima
È allora che senti il mondo che gira
la danza lenta dell'aria che brucia
il suono del cuore che batte, ribatte
ti scuote di colpi di gioia, ti stringe
sempre più veloce, più forte, più grande
finché il battito è uno solo e continuo

La prima vita è la più sbagliata
La seconda ripeti gli stessi errori
La terza sai come andrà a finire
ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima
È allora che senti il mondo che gira
la danza lenta dell'aria che brucia
il suono del cuore che batte, ribatte
ti scuote di colpi di gioia, ti stringe
sempre più veloce, più forte, più grande
finché il battito è uno solo e continuo
una pioggia bruciante e gelida infine
sulla fronte che scotta di febbre

La prima canzone vola nel cielo
La seconda affonda nella terra profonda
La terza è un grido, una supplica al vento
ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima

La prima canzone vola nel cielo
La seconda affonda nella terra profonda
La terza è un grido, una supplica al vento
ed è l'ultima, l'ultima, l'ultima
ed è l'ultima, forse
                             non più l'ultima?




© 2015 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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giovedì 19 novembre 2015

"Capitani coraggiosi, autori coraggiosi, lettori coraggiosi" di Piero Olmeda


A volte un libro è come un messaggio inserito in una bottiglia e gettato nel mare. Chi lo leggerà? Quali sono le probabilità che qualcuno veda la bottiglia, sia curioso del suo interno, la rompa e legga il messaggio? Supponiamo che la nostra bottiglia contenga un romanzo impegnato, sofferto, anche coraggioso, che è costato molto lavoro e molto studio e che il mare sia pieno delle altre analoghe bottiglie galleggianti di tutti gli altri libri. Noi con difficoltà siamo salpati per questo mare e una volta arrivati in acque profonde abbiamo gettato il nostro messaggio. Potrà essere bello o brutto, ma sicuramente è un tentativo, un percorso, una ricerca di una strada nuova.

Il problema è che si è poi perso nel rumore di fondo di tutti gli altri messaggi. Alcuni parlano solo della loro vita personale, altri sono una copia imperfetta di scritti di altri messaggeri più noti e riconosciuti, altri ancora sono soltanto le prime parole di un bambino che si avvicina alla scrittura. In quel momento ci chiediamo: perché, visto che oggi tutti possono lanciare la propria bottiglia, non si cerca di trovare nuovi percorsi, di sperimentare, di scrivere qualcosa di originale? La scrittura oggi sta diventando come il rumore di fondo della rete, indifferenziato, senza una gerarchia di valori, un caotico insieme di voci, senza nessuno che getti luce su quello che è bello e su quello che è meno bello, al di là del successo commerciale.

Il fatto che molti scrivano e vogliano far conoscere le proprie opere è un dato positivo, perché più si scrive più aumenta la possibilità che emerga un nuovo autore interessante, ma cosa si scrive? Se guardiamo ad esempio le classifiche degli ebook di Amazon per la narrativa contemporanea, vedremo che un numero consistente di libri sono romanzi rosa improbabili, fantasy copiati, ritrite storie di vampiri, ecc. ecc. Ci si chiede allora, a cosa serve tutto questo? Ha senso pubblicare l'ennesima caricatura di 50 sfumature di grigio? Questa libertà che abbiamo, non sarebbe meglio utilizzarla per pubblicare qualcosa di diverso, senza fare una copia stinta di romanzi di successo? Si è persa completamente la voglia di sperimentare, di tracciare strade nuove?


La mia idea dell'atteggiamento che dovrebbe avere un autore, soprattutto se giovane, è riassunta in questo brano del libro La Bellezza e la Bestia: “...A. pensò che era sempre stato così, che sarebbe stata rappresentata una tragica e ridicola commedia sperimentale, dove gli attori dovevano improvvisare di fronte al pubblico, la paura dei fischi che rendeva incerta la voce in alcune battute, che li faceva esitare prima di pronunciare la prima parola. Sentiva che l'ultimo atto si sarebbe svolto di lì a poco, che bisognava riprendere i fili della trama, annodarli e farli così convergere verso un finale. Poco importava che la platea esplodesse in uno scroscio di applausi o in un vento di fischi, l'importante era che non rimanesse muta e insensibile, fredda all'ultima battuta che aspettava di essere detta...”

Dobbiamo creare autori che abbiano coraggio e lettori che abbiano lo stesso coraggio. Per fare questo, nella marea di romanzi, racconti e poesie che oggi ci offre la rete, dobbiamo saper selezionare, incoraggiare, valorizzare gli autori indipendenti, che sono diversi da quelli auto-pubblicati. Essere un autore indipendente vuol dire cercare di far conoscere la propria originalità, vendere al giusto prezzo, considerare la produzione letteraria come un lavoro. A questo nuovo atteggiamento dovrebbero contribuire anche coloro che gestiscono blog, gruppi di Facebook, siti di letteratura, con recensioni vere, elogi solo se sono meritati, critiche se sono necessarie. Se non si fa questo, c'è il rischio che anche i libri più belli si perdano in un mare grigio ed informe e...

...e la vostra bottiglia si perderà su qualche spiaggia lontana.


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lunedì 16 novembre 2015

Studi sulla poesia al computer: "O forza centrifuga della creazione" di Piero Olmeda (1987)

O forza centrifuga della creazione
mostro tuttoporte ferita luminosa
vento polimorfo in ogni ramo
dell'albero infinito del tuo fiato
a te chiniamoci, o le porte chiudiamo,
le porte.
O fuga dei centri forza di reazione
o sole d'umani tepore nostro del tutto
Orfeo che lento voli in ogni amor
dei fiati d'albe del tuo suono  
contro il disegno dell'inizio contro
la vendetta senza causa della fine
generiamo un progetto di argilla soffice
un movimento di stelle nei piedi e nelle mani.
O vento sfolgorante della creazione
per la vita esegui la decimazione
di forme formicai decimazione
di parole sillabe e punti infine.

© Piero Olmeda 1987
Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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Computer Poetry interview with Piero Olmeda (2000)

Could you tell me please why you got into generating it?
The first is what is the point of computer-generated poetry?
Firstly, what exactly is your involvement in computer-generated poetry?

It is a will of liberation from the usual associations of words and the traditional ways of formally constructing a poem that both personal and collective history induce on our writings. The free association can set off at last an explosion of creative semantic associations on the basis of which the poet can arrive at new worlds of poetry and possibly new worlds (conception) of existence.

How does it compare with naturally generated poetry?

I think you can feel a difference, you can understand that there is something different without knowing perfectly what. I cannot say that one way of generating poetry is better than another...different roads can bring to the same place. One of the interesting things about computer generated poetry is that is bringing the language to a limit where is not to possible using the language any more. In this sense computer poetry is only "a rite of passage" toward a more universal way of conceiving poetry. If you translate this into a philosophical perspective you could apply all this to real life...and substitute "poetry" with "world".

Can you tell the difference?

We can divide the "computer poets" in two types: the first type will generate the definitive poem directly from the computer. In this case the poetry is in software and in the probability; the second type will use the computer as an instrument in an infinite dialectic of automatic generation and subjective, human writing. In the first case I personally think that it is easy (sometimes) to tell the difference. In the second case the final poem is at least formally completely indistinguishable from a traditional poem. The only difference could be the natural creativity inside this type of writing. In the past this creativity was achieved with a very strict formal structure (sonetto, etc..), now we have a different way that can unleash the creativity at such a level that a special language would maybe be necessary.

Is it ever superior to poetry written by people?

I think that the aim of computer generated poetry is different. Why are we writing poetry? This could be a very difficult question also for the poet himself to answer. My idea is that we could arrive at a conception of writing where the final ideal achievement would be to use the reality itself as a medium instead of words. I think this is different from a lot of ideas of poetry. Will be the result good or bad from a literary point of view? We must expand completely the term "literary" to new frontiers. A new system of reference would be necessary, a new literary criticism. I believe that is not possible to compare now inside a traditional way of evaluating poetry.

Might it one day be impossible to recognize the difference between poems written by people and those produced by machines?
What is its future? Can we expect a robo-laureate?
Does it ever rival human poetry?

In the future (we are speaking here of type 1 of computer-generated poetry, see above) maybe will be impossible, but in that same moment the machine will become a man or something like a man or something more than a man and no one will ever raise this question.

Also, are you organizing any computer poetry events, eg competitions wecould peg the story to?

Not for the moment. Personally I am translating my lisp software to a new type of lisp. I have concentrated only on the internet site. Would be nice to organize a computer poetry festival in Amsterdam. I will see...

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domenica 15 novembre 2015

"Un Giorno Verde" di Piero Olmeda - Ma è proprio così, è questa la verità, la sua assenza?

Il sole tagliava il tavolo in due parti, una buia dove a tratti vedevo il bagliore degli occhi di S., una abbagliante dove io stavo seduto a cercare di non dire quello che doveva essere detto.
Il giorno era cominciato con un'alba tersa e mentre il sole saliva nel cielo limpido ero lentamente affondato in un mare opaco e lucente.
La luce verde accarezzava la parte sinistra del mio viso, la parte destra immersa in uno scuro verde smeraldo. Il mio occhio destro era inquieto e passava dal bicchiere al viso di S., poi si fissava sulle sue mani perfettamente immobili sulla tovaglia. Non c'era nulla da fare. La decisione era già stata presa. Ero già sulla cima, ora dovevo scendere fino a valle, fino al mare. Raggiunta la decisione sembrava quasi inutile metterla in atto, ma sapevo che dovevo adagiarmi sul fondo di quel mare, dovevo recitare quelle frasi già dette un milione di volte e voltare la pagina già scritta per vedere la pagina ancora buia dall'altra parte.
Cominciai così: “S., è finita.”
Dopo averlo detto mi sentii già meglio. Ora che avevo gettato il sasso verso quelle acque buie dovevo solo aspettare l'effetto: sarebbe rimbalzato, affondato, avrebbe attirato i pesci più feroci o si sarebbe semplicemente sgretolato in sabbia cadendo nel fondo insieme a tutti i sassi inutili?

Cercai di incrociare gli occhi di S., ma non si mossero di un millimetro, la bocca non si aprì, le mani ancora ferme sul tavolo. In quel preciso momento arrivò il cameriere a chiedere se volevamo un caffè. Risposi di no e improvvisamente un profumo mi colpì con forza, tanto che mi mancò il respiro.
A volte un ricordo arriva con l'odore intenso di un profumo che apre corridoi richiusi dal tempo e in un attimo ci troviamo in una luminosa stanza della memoria che sembrava sparita nel nulla. In quella stanza c'era un albero in fiore, ed io ero abbracciato a S. nell'ombra, e lei mi chiedeva: “Pensi che ci sia la vita dopo la morte?” Io mi misi a ridere, ma lei insisteva, voleva che lo dicessi, quello che pensavo. Togliendomi una formica che lentamente stava salendo sulla pelle nuda del mio avambraccio dissi: “No.” Mi guardò come se le avessi appena detto che il nostro amore era finito, con i due occhi grandi che mi guardavano con meraviglia, dicendo “E allora a cosa serve tutto questo?”
Mentre il cameriere se ne andava via interdetto lei si chinò sul tavolo, i seni quasi a sfiorare la tovaglia, il profumo diventato un odore acre e intenso, e disse: “Sei diventato come tutti gli altri.”
Non era cominciato come tutti gli altri amori. Era stata un'ebbrezza lucida che mi aveva colpito subito lì sulla strada con una meraviglia che non avrei mai pensato di poter provare. Anche se si poteva considerare un'illusione, come forse lo è la bellezza, un'idea che la nostra mente crea per essere capaci di vivere, fu con entusiasmo che mi lasciai trascinare dalle sue dolci acque. Non mi venne in mente altro, mentre giravo la testa verso di lei e lei a sua volta la girava verso di me, che dire un nome a caso: “Marta” o “Giulia” o qualsiasi altro nome mi fosse venuto in mente in quel momento. Il bello fu che lei stette al mio stesso gioco e mentre io mi inventavo un'improbabile seconda vita dove facevo un diverso lavoro, avevo diversi amici e altre convinzioni, lei rispondeva al mio gioco spingendosi fino ai limiti del romanzo.
Ora che le restituivo lo sguardo non c'era più gioco, il silenzio aveva inondato le nostre vite, e qualcosa di osceno, la verità, era rivoltato fuori allo sguardo di tutti.
Mi accorgevo ora più di prima di quanto fosse bella la linea incavata che dai bordi del naso scendeva ai limiti delle labbra. Per la prima volta la potevo vedere da fuori e imbarazzato guardavo di nascosto gli altri clienti per vedere se anche loro vedevano.
La mattina mi ero alzato ancora in preda ad un sogno non finito. Nel sogno un angelo era seduto accanto a me e mi guardava in silenzio. Le sue grandi ali bianche si stendevano per tutta la stanza oscillando leggermente. Poi improvvisamente un'ala mi aveva sfiorato quasi coprendomi in una luce scura e soffice e l'angelo mi aveva detto: “Guarda nello specchio.” Aveva continuato a ripetere la stessa frase per un tempo infinito mentre io non sapevo che cosa rispondere. Mi ero svegliato stanco come mi ero addormentato, una luce tagliente che entrava dalla finestra creando dal nulla nuvole dorate di polvere. Non era la luce di tutti gli altri giorni, non era bianca o rosa, allegra o triste, rinfrescante, bagnata o calda, ma era più potente di tutte le luci di tutte le albe che avevo vissuto, riusciva a entrare fin negli angoli più nascosti, riusciva a curvare e percorrere i disegni dei più oscuri labirinti fino a svelare quegli interstizi dove mai luce era arrivata, dove forse mai lo sguardo si era posato.
Guardandola non potevo fare a meno di pensare a quella luce verde che aveva inondato tutti gli oggetti, che era scesa dolorosamente attraverso l'iride nera e che ora scorreva ineliminabile nelle vene. Di fronte al suo specchio di carne mi capitò di dire le cose verdi che non avrei mai pensato di poter dire e che forse non dovrebbero mai essere pronunciate: “Vedi questi anni sono passati come il soffio breve di un sogno, ma che cosa c'era di vero? Mi hai mai amato?”
Le ultime parole si stavano spegnendo con una leggera eco e già vedevo il suo viso cambiare per impercettibili spostamenti, le ciglia sbattere una volta, la bocca piegarsi leggermente e la testa inclinarsi un po' a destra. Nello specchio del suo viso non riuscivo a vedere un'immagine o perlomeno un frammento vagante di verità. Stava forse per scoppiare a a ridere?
Eppure c'era stato un tempo durante il quale sapevo leggere perfettamente quello che pensava. C'era stata una volta che la luce accecante del deserto entrava dalla finestra aperta illuminando di puro bianco il corpo nudo di S. Non eravamo noi che giravamo attorno al mondo, ma era tutto il mondo che girava attorno al centro dei nostri corpi. Allora sembrava che la verità fosse a un passo, pronta ad essere colta come indolenti si raccoglie un frutto. Non lo facevamo, perché volevamo assaporare il sapore dell'attimo prima della pura estasi. Lì vagavamo sfiorando la pelle cotta dal sole e pronta all'ultima sublimazione.
Ma ora che l'ombra copriva il suo viso senza nasconderlo, mi chiedevo: “Ma eravamo veramente ad un passo? Avremmo forse potuto andare al di là?” E nel momento in cui me lo stavo chiedendo mi accorgevo che ormai quell'attimo era passato per sempre e non sarebbe tornato mai più.
Non c'era una Macchina del Tempo dietro l'angolo con la quale ritornare trafelati verso la collana di errori del passato per tagliare ridenti il filo che li teneva in uno scroscio di perle tintinnanti sul pavimento della vita. Come sarebbe stato bello e tenero incontrare se stessi ai crocevia e insultando il caso e il libero arbitrio indirizzare la propria vita verso la catena di eventi che avrebbe ineluttabilmente condotto verso la felicità! E ora che avevo detto “Mi hai mai amato?” l'attimo da cambiare era proprio lì, a pochi secondi di distanza indietro nel tempo, mi sembrava quasi di poterlo afferrare ma già la corrente lo trascinava via vorticosamente senza alcuna possibilità di riprenderlo, di fermarsi e tornare indietro.
Ora c'era il silenzio ma quali rumorose cascate d'acqua scendevano dal cielo il giorno che morì suo padre. Mentre allora la sorreggevo tenendola per un braccio sembrava che il mondo stesso fosse sull'orlo dello svenimento. Il colore dei visi e delle cose si stava prosciugando ineluttabilmente, scolava lento sulle sabbie che sostenevano i nostri passi ondeggianti. Sul suo volto non c'era dolore, ma una sorta di meraviglia, come se ad un tratto fosse sul punto di esclamare: “Ma è proprio così? E' questa la verità, la sua assenza?” Il corteo seguiva incerto la luce nera della bara, che oscillava come una nave in una tempesta d'aria, come se il corpo immobile al suo interno avesse un'idea di dove andare, avesse in mente un percorso complicato ma ineluttabile verso qualcosa. Ma che cosa?
Il tintinnio dei bicchieri al ristorante mi sembrò improvvisamente troppo forte, così mi guardai intorno ma nelle parole dette ai tavoli vicini, nei movimenti delle posate, non riuscivo a ricavare nessun senso.
Le parole vennero come una marea che non potevo arrestare e mentre le dicevo mi sembrava ancora di ripetere una commedia scritta all'inizio dei tempi e via via recitata nei secoli con sempre meno convinzione. Come erano invece piene di luce quasi brucianti le parole all'inizio del nostro amore, che ogni volta che venivano pronunciate lasciavano dietro di sé una risonanza come se gli alberi, le nuvole e l'aria stessa le ripetessero senza fine.
Quando la guardai, dopo aver detto quello che doveva essere detto, lei mi restituì lo sguardo quasi con orrore. Mi alzai come imbarazzato, mentre un bicchiere cadeva frantumandosi sul pavimento, mi avviai verso l'uscita con passo incerto, l'impressione viva degli sguardi di tutti sulla mia nuca. Aprii la porta e l'esplosione di aghi della luce mi colpì penetrandomi nel profondo degli occhi. Mi guardai intorno. La luce bianca pulsante di un mondo vergine rivestiva ogni cosa, la ruota aveva girato ancora una volta, ero morto un'altra volta e infine rinato al mondo. Come è, come è sempre stato, come sempre sarà.

© 2008 Piero Olmeda
Tutti i diritti riservati

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Intervista a Piero Olmeda su "La Bellezza e la Bestia" - Riuscirà il padre a convincere il figlio che la vita vale la pena di essere vissuta?

Mentre le classifiche delle vendite di libri in formato ebook sono sommerse dal fantasy e dal romanzo rosa, questo libro è come una doccia gelata: duro, crudo, estremo negli argomenti trattati, ma anche tenero e poetico, lo stile di Olmeda ci porta ad affrontare alcuni temi dimenticati
J. Hole


Pietro De Bonis: Benvenuto, Piero! La bellezza e la bestia, il tuo romanzo breve che definisci “una doccia gelata, al di fuori delle mode e delle tendenze, che secondo te non può lasciare indifferenti”. Spiegaci ancora meglio, se puoi.

Piero Olmeda: Un libro che invece di portarci fuori dal nostro mondo, come in molti libri di fantasy e nel nuovo romanzo rosa che oggi stanno avendo successo in particolare nel marcato dell'ebook, ci costringe ad affrontare i temi fondamentali della nostra esistenza, può avere successo oggi? Può diventare un bestseller? È questa la sfida che mi sono posto. Certo una sfida difficile. Però mi piacerebbe smentire un'affermazione che avevo trovato in rete in una discussione del libro Omicidi in pausa pranzo di Viola Veloce, dove Guido Mura interviene parlando del successo di alcuni ebook dicendo “...giovani signore e signorine “tanto” spiritose, autrici di librini divertenti e disimpegnati, in cui si mescola l’umorismo con gli ingredienti più tradizionali del pulp. Quando vedrete che anche un testo di buona letteratura avrà successo, fatemi un fischio...”


Come è scritto proprio nel libro, che per certi aspetti è anche una riflessione sulla letteratura: “Come uno scrittore che era rimasto giorni e giorni immobile di fronte alla pagina bianca e non sapeva più cosa scrivere, come scriverlo, in quale modo riempire di parole quella pagina dal bianco doloroso colore, parole che non fossero semplicemente l'aridità della semplice cronaca, così A. strappò la pagina stessa, rifiutò di recitare la sua parte in una commedia da quattro soldi.”

Oppure: “Da lì poteva vedere in basso la piazza deserta, un paio di finestre illuminate e la luce dei lampioni che appena scalfiva il buio di quella notte senza luna. Nessuno stava passeggiando sulle lastre di pietra corrosa dal tempo. Sembrava la scenografia di una rappresentazione teatrale che doveva ancora svolgersi, i personaggi che aspettavano dietro le quinte o dormivano nelle loro brandine improvvisate. Di un Autore non c'era traccia. Se n'era andato? Aveva dimenticato la prima? C'era mai stato un Autore? A. pensò che era sempre stato così, che sarebbe stata rappresentata una tragica e ridicola commedia sperimentale, dove gli attori dovevano improvvisare di fronte al pubblico, la paura dei fischi che rendeva incerta la voce in alcune battute, che li faceva esitare prima di pronunciare la prima parola. Sentiva che l'ultimo atto si sarebbe svolto di lì a poco, che bisognava riprendere i fili della trama, annodarli e farli così convergere verso un finale. Poco importava che la platea esplodesse in uno scroscio di applausi o in un vento di fischi, l'importante era che non rimanesse muta e insensibile, fredda all'ultima battuta che aspettava di essere detta.”

Nonostante quanto ho detto il libro è anche di facile lettura, con colpi di scena che avvengono sia sul piano della trama fattuale che su quello della coscienza. Chi l'ha letto in anteprima prima del lancio non l'ha trovato né noioso, né pesante. Il finale è corale, per alcuni quasi felliniano. In definitiva, nella più classica tradizione della letteratura italiana, i protagonisti (e il lettore) dovranno scendere all'inferno per poter “riveder le stelle”...

Potete leggere l'intera intervista sul sito Rassegna dei Libri

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